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Sent: Tuesday, October 18, 2005 6:52 PM
Subject: Re (II) [SP] influenza (Waiting for the big one ?)

 

non penso che l'allarme mediatico sia stato fin qui eccessivo (confuso e contraddittorio piuttosto)

il che non significa che il virus debba diventare necessariamente/violentemente pandemico.
nè tanto meno che lo debba diventare nel giro di pochi mesi. una possibilità alternativa sarebbe quella della pandemia in due tempi (il secondo potenzialmente assai più drammatico) in stile 1919. con la notevole differenza che in questo caso si potrebbe anche immaginare/sperare di avere a disposizione (essendo trascorsi 6-8 mesi)un vaccino specifico


sono comunque convinto che si dovrebbe ragionare come (se si fosse) in fase pre-pandemica

 

non concordo infine con le afermazioni odierne di donato greco circa la minor pericolosità di una pandemia da ortomixo ricombinante (o altro agente virale che abbia da poco compiuto il salto di specie) rispetto alla spagnola.. grazie all'attuale dotazione di antibiotici e chemioterapici

perchè un simile agente infettivo non uccide le sue vittime per complicanze batteriche tardive:
come cerco di dimostrare nell'articolo che segue: 

 

Waiting for the big one ?

 

E’ dal 1997 che i media di tutto il mondo annunciano che un nuovo, spaventoso, invisibile serial killer - H5N1, un virus influenzale in grado di infettare da 3 a 4 miliardi di esseri umani e di ucciderne centinaia di milioni - si prepara a sferrare il suo attacco.. scatenando una pandemia di dimensioni apocalittiche, che rischia di precipitare il mondo nel caos: terremotando il network mediatico, commerciale e finanziario globale; paralizzando aeroporti, porti e trasporti; demolendo l’intero sistema sanitario del pianeta.

Da 8 anni le più prestigiose istituzioni sanitarie internazionali - CDC, WHO, NIAID, USAMRID – inviano a tutto il pianeta bollettini allarmati e allarmanti e cercano di mettere a punto, con scarso successo, farmaci e vaccini in grado di intercettare, riconoscere e bloccare le proteine di superficie (HA e NA), che rappresentano le principali molecole antigeniche di H5N1 e degli altri virus influenzali di tipo A.
Eppure non sembra che il mondo della medicina e della sanità si stiano preparando con la dovuta serietà.
E’ legittimo ipotizzare che ci troviamo di fronte ad uno dei tanti segni/sintomi di quell’atteggiamento difensivo  di rimozione/rifiuto reattivo della realtà del tipo: “se la situazione fosse davvero così grave, qualcuno farebbe qualcosa…” cui l’uomo del XXI secolo sembra essersi abituato, di fronte a problemi di dimensioni epocali
(la crisi energetica, le trasformazioni climatiche, il crollo verticale della bio-diversità) che richiederebbero scelte talmente radicali e dolorose, che pochi si sentono in grado anche solo di immaginare e proporre ?

 

Ma che cosa è realmente questo virus H5N1? E che cosa lo rende così pericoloso? E ancora: i termini, in uso da anni, di influenza dei polli o più semplicemente di “aviaria”, sono corretti? E il fatto che venga sempre più frequentemente evocato dai media di tutto il mondo lo spettro della Spagnola, ha senso ? O forse si tratta di un discutibile espediente per fare notizia e per vendere qualche migliaio di copie in più ?

 

Un primo dato degno di nota è il seguente: il possibile killer pandemico non fa parte di quella mezza dozzina di “microrganismi canaglia” dal nome inquietante – Ebola, Marburg, Hendra, Anthrax – che da trenta anni a questa parte romanzieri e registi utilizzano nei loro Black Science Thriller da incubo. Si tratta invece di un ceppo ricombinante di banalissimo virus influenzale, contrassegnato dal tradizionale binomio HxNy e fin qui più noto al grande pubblico mediatico come killer di polli che come possibile assassino di esseri umani.

Ma è altrettanto utile ricordare che i virus influenzali sono fra gli agenti patogeni più temibili, tanto per l’uomo, che per varie specie di mammiferi ed uccelli. E soprattutto che i loro periodici attacchi pandemici, in grado di seminare panico e morte, sono se non prevedibili, comunque probabili/inevitabili a distanza di alcuni anni o decenni; che per evitare disastri sarebbe necessario mettere in campo strategie di prevenzione primaria, che non vengono neppure prese in considerazione; che si continua a puntare su strategie di prevenzione secondaria e terapia che hanno efficacia limitata, soprattutto, nei momenti di maggior pericolo.


Gli uccelli migratori – anatre, gabbiani, pivieri – rappresentano il serbatoio naturale del virus e le più recenti analisi filogenetiche dimostrano come tutti i ceppi di virus influenzale di tipo A (i più patogeni) circolanti fra i mammiferi derivino da ceppi aviari. Possiamo quindi tranquillamente affermare che parlare di influenza aviaria non ha molto senso *. Viene anzi il dubbio che si preferisca utilizzare questa terminologia per allarmare il meno possibile l’opinione pubblica, facendo credere che si tratti appunto di un “virus dei polli”, che minaccia essenzialmente i lavoratori direttamente esposti, e che solo per un improbabile accidente potrebbe propagarsi nel resto della popolazione. Eppure basta una infarinatura di storia della medicina, per sapere che le maggiori epidemie del XX secolo, prima dell’arrivo di Hiv, sono state prodotte proprio da virus influenzali di tipo A e che la famosa Spagnola (1918-19) - con le sue 50 milioni di vittime umane in meno di due anni (tre o quattro volte più della Grande Guerra che la precedette) – rappresenta non soltanto la prima pandemia sensu stricto, ma anche la più micidiale (almeno nel breve periodo) a memoria d’uomo.

Come si sa i virus influenzali sono tra i più instabili e rapidamente mutanti: sia perché la molecola di RNA di cui è composto il loro genoma è chimicamente meno stabile del DNA; sia perché gli enzimi che devono riprodurla tendono a commettere più errori; sia a causa della stessa natura segmentaria del loro RNA: durante le fasi di replicazione, all’interno delle cellule degli organismi parassitati, gli 8 segmenti di RNA appartenenti al virus tendono infatti con notevole frequenza a ricombinarsi in vario modo tra loro e con omologhi segmenti di altri ceppi influenzali. E’ noto in questo senso il ruolo svolto dal maiale quale ospite intermedio: è infatti nelle sue cellule che in genere avviene l’incontro ed il riassortimento tra virus aviari ed umani. Il famoso H1N1 del 1918, ad esempio, pare fosse un virus chimerico di questo tipo, con una sequenza di almeno 8 aminoacidi del tutto nuovi, cioè assenti nei ceppi precedentemente circolanti.

Se la trasformazione genetica, e quindi antigenica, conseguente a questi eventi è minima (drift) si verificano le consuete epidemie annue, che uccidono alcune centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo (in gran parte bambini, anziani ed immunodepressi: in genere per complicanze ed infezioni batteriche). Quando la trasformazione genica ed antigenica è cospicua (shift) il virus può trasformarsi in un killer: come è successo nel 1918-9 e, sia pure con conseguenze meno drammatiche, nel 1957 con l’Asiatica (H2N2), nel 1969 (H3N2) e nel 1977 (sub-tipo H1N1). Sottotipi di H1N1 e H3N2 sono responsabili, da decenni, di epidemie di media gravità, mentre dal 1996 circolano in varie zone del pianeta ceppi meno usuali per il genere umano (H7N7, H9N2, H5N1, H5N2), che potrebbero esser passati direttamente dagli uccelli all’uomo, per così dire by-passando il maiale. Spesso questi ceppi ricombinanti seminano la morte tra gli uccelli stanziali (in Italia ad esempio, tra il 1997 e il 2001, si sono verificate, tra i polli, due epidemie devastanti da H5N2 e H7N1) e, più raramente, sembrano acquisire le caratteristiche genetiche ed antigeniche adatte per il successivo salto di specie.. come sembra stia appunto accadendo per l’H5N1 (il cui primo isolamento è datato 1959; la comparsa in Asia 1996; i primi casi umani 1997-2002-2003 e 2004 in forma potenzialmente se non già virtualmente pre-pandemica). Dati estremamente preoccupanti sembrano essere: la comprovata acquisizione da parte dei ceppi-killer asiatici di questi ultimi mesi (Qingahi Lake- Xinjiang (Cina)- Chany Lake (Russia)- Kazakhistan-Erhel Lake (Mongolia) di determinati polimorfismi genici e la rapida accelerazione della diffusione tra i mammiferi (finora piuttosto lenta se sono attendibili i dati che provengono dall’Asia, che parlano di poche diecine di morti tra gli esseri umani)…

 

A questo punto possiamo finalmente interrogarci intorno al discusso e discutibile paragone con la Spagnola.

Per sottolineare come, anche in questo caso, la risposta giusta sembra essere la meno rassicurante; e come il paragone con la spagnola abbia basi solidissime.

L’H5N1 pandemico è infatti un virus praticamente sconosciuto al nostro sistema immunocompetente (non avendo mai infettato gli esseri umani); ha già dimostrato di essere in grado di uccidere praticamente la totalità del pollame sensibile; sembra avere acquisito le mutazioni che lo rendono patogeno e trasmissibile tra gli esseri umani.
Tra le affermazioni, apparentemente ineccepibili, messe in campo da quanti, temendo qualsiasi tipo di allarmismo, rifiutano il paragone con la Spagnola spiccano le seguenti: nel 1919 anche le popolazioni del Nord del pianeta erano, rispetto ad oggi iponutrite e quindi immunodepresse; a quel tempo non esistevano antibiotici e le complicanze batteriche, che sono la vera causa della morte di migliaia di anziani in caso di influenza, potevano fare strage; il virus dell’influenza fu isolato solo nel 1933.. ed anche per questo motivo oggi siamo infinitamente più preparati ad affrontarlo con farmaci e, soprattutto con vaccini efficaci e sicuri…

Purtroppo nessuna di queste affermazioni è del tutto veritiera.

Prima di tutto perché  è ormai dimostrato che i virus influenzali che abbiano subito un riassorbimento genetico di questa portata  uccidono le loro vittime in modo diretto, determinando in esse una crisi immunomediata globale (“tempesta di citochine”) con shock tossico e CID. Per questo nel 1919 a morire in modo drammatico furono in larga misura uomini e donne giovani e in buona salute (qualcosa di simile potrebbe essere avvenuto anche nel corso della epidemia di SARS: il numero limitatissimo di morti infantili essendo da collegare alla relativa immaturità del loro sistema immunocompetente).

Per questo motivo anche la tesi di una maggiore efficacia degli attuali presidi farmacologici e immunoprofilattici non ha molto senso. Per quanto concerne i vaccini, bisognerebbe anche ricordare come per produrre e somministrare a centinaia di milioni di persone un nuovo vaccino specifico sarebbero necessari almeno 10-12 mesi: un tempo superiore a quello di diffusione planetaria della pandemia (questo sì di molto inferiore a quello necessario 80 anni fa). Senza contare che esistono allarmi intorno ad un possibile effetto paradosso (di amplificazione della reazione immunologica) indotto dagli anticorpi prodotti dai vaccini.

Per questi e per altri motivi (l’H1N1 del 1919 non era né altrettanto virulento né altrettanto nuovo dellH5N1: sembra infatti che già nel 1850 e nel 1889 un sottotipo abbastanza simile fosse stato responsabile di pousseés epidemiche meno drammatiche) i CDC di Atlanta e la National Academy of Science’s Institute of Medicine hanno dovuto ammettere che quella che sembra essere sul punto di scatenarsi ha tutte le carte in regola per trasformarsi nella più spaventosa epidemia della storia umana.

 

Ma se le cose stanno veramente in questi termini. Se è vero che il peggior serial killer della storia umana è in procinto di dilagare attraverso gli alveoli polmonari di miliardi di uomini e donne, facendo impazzire i loro sistemi di difesa e distruggendo organi e tessuti vitali (un’altra caratteristica importante che rende gli ortomixovirus influenzali particolarmente virulenti è legata al loro target molecolare specifico: l’acido sialico, un componente praticamente ubiquitario nelle membrane cellulari dell’organismo umano). Se è vero che le risorse terapeutiche che la medicina occidentale può mettere in campo potrebbero rivelarsi armi spuntate…

Cosa ci rimane da fare ?

 

Tenendo presente che una pandemia da virus influenzale ricombinante più che una eventualità più o meno probabile ed imminente rappresenta un evento periodico inevitabile e drammatico, possiamo concludere questa breve analisi con alcune semplici considerazioni.

Non è detto che l’H5N1 pandemico che nel 1997 ha infettato 18 persone a Hong Kong uccidendone 6, rappresenti il mutante capostipite che sta per dar vita alla pandemia tanto attesa e temuta, ma dobbiamo ragionare ed agire come se lo fosse; dobbiamo essere consapevoli che una pandemia  in un mondo globalizzato avrebbe effetti molto maggiori che nel 1919 e metterebbe il mondo intero in ginocchio; dobbiamo agire in modo deciso per bonificare i mercati orientali che rappresentano i punti caldi di ricombinazione del virus e per ridurre drasticamente e mettere in sicurezza le reti dei trasporti umani e commerciali; dobbiamo rafforzare ulteriormente e rendere veramente capillare la rete di monitoraggio epidemiologico internazionale; dobbiamo Formare e informare correttamente le popolazioni e gli stessi operatori sanitari che sembrano lontani mille miglia dalla consapevolezza di quello che un gigantesco tsunami 10 mila volte più potente di quello che ha colpito l’Oceano Indiano nel 2004 potrebbe provocare.. portando indietro di decenni, se non di secoli, l’orologio della civiltà.

 

Insomma se l’umanità fosse in grado di decidere ed agire secondo ragione; se esistesse un governo planetario o almeno un consesso internazionale in grado di imporre scelte economico-politiche e sanitarie utili ad evitare la catastrofe, qualcosa si potrebbe ancora fare per impedirla. Ma forse, prima di tutto bisognerebbe guarire l’umanità dalla sindrome dello “spettatore passivo” che la paralizza.

 

ernesto burgio

 

* se non a sottolineare la trasformazione del virus in killer di migliaia di uccelli selvatici (che ne rappresentano appunto il serbatoio naturale), e la sua capacità di trasformarsi in pericoloso patogeno per gli esseri umani (e pandemico potenziale) by-passando il maiale quale locus riombinationis

  

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From: "Monica Zoppè" <[EMAIL PROTECTED]>
Sent: Tuesday, October 18, 2005 3:23 PM
Subject: [SP] influenza


Alcune riflessioni in merito all'epidemia di
influenza aviaria, che mi pare valga la pena
considerare.

L'attenzione all'argomento è maggiore di quanto
meriti, almeno in relazione ad altri grandi mali
che affliggono l'umanità. Si tratta di un
difettuccio che affligge in generale il nostro
sistema informativo; è probabile che, a meno di
evoluzioni improvvise, o titoli passino a breve
sulle pagine interne dei giornali per poi, forse,
sparirne del tutto, almeno finch`e l'epidemia
restera` confinata al mondo animale.
Infatti il famigerato virus H5N1 colpisce gli
uccelli, e, almeno nella nostra società, è assai
improbabile che si trasmetta agli esseri umani:
e` successo in estremo oriente, in societa`
prevalentemente agricole, dove il contatto con
animali vivi e` quotidiano per la grande
maggiornaza degli abitanti.
Finche` il 'passaggio agli umani' non aviene, la
conseguenza piu` significativa di quest'epidemia
(piu` propriamente panzoonosi, ovvero epidemia
che riguarda gli animali), sara` l'impatto
sull'economia delle aziende in qualche modo
connesse con l'allevamento, la distribuzione ed
il commercio di uova e pollame.

Le prime vittime ignorate son le popolazioni di
uccelli selvatici, migratori e stanziali.
Paradossalmente, sono i cacciatori che tengono
d'occhio la situazione e che saranno i primi a
testimoniare i probabile scempio. Finora i pochi
studi effettuati sembrano portare alla
conclusione che i piccioni non siano suscettibili
all'infezione e non la trasmettano, ma sappiamo
bene che il virus evolve continuamente e
rapidamente.

L'allarme per la nostra salute è del tutto
prematuro e, quel che e` piu` grave, non e`
acompagnato da misure atte a mitigare l'impatto
di un'eventuale epidemia, anzi al contrario
genera un'ansia diffusa che nuoce alla societa`.
Per non parlare di dichiarazioni stupide e
criminali come quella del presidente USA G.W.
bush, che ha recentamente paventato l'uso delle
forze armate per forzare la quarantena di zone
colpite. Una mera esibizione di forze nel
tentativo di nascondere una (consapevole?)
impotenza.

Tuttavia la possibilita` che prima o poi si
scateni un'epidemia non e` trascurabile e non va
trascurata. I casi di trasmissione a esseri umani
registrati finora si sono tutti verificati nella
penisola indocinese: Indonesia (5), Viet Nam
(91), Thailandia (17),  Cambogia (4), per un
totale di 117 casi di cui 60 mortali. I modelli
teorici piu` ottimisti mostrano che, per poter
sperare di arginare eventuali focolai, sono
necessarie misure capillari e considerevoli
risorse. Non a caso, la premessa di uno degli
studi parla di "come contenere la diffusione del
nuovo ceppo virale o almeno rallentare la
diffusione iniziale per guadagnare tempo allo
sviluppo di un vaccino".
Sempre dallo studio di modelli si vede come sia
di importanza cruciale la rapidita` di
identificazione dei nuovi casi e di intervento
presso tutti i contatti delle persone malate o
possibilmente infette. Questo presuppone un
servizio sanitario diffuso ed efficiente, cosa
che non sempre si verifica nelle zone piu` a
rischio (non pare strano che il Laos, uno tra i
paesi piu` poveri del mondo, disposto tra
VietNam, Camobgia e Thailandia, non abbia
registrato alcun caso? Se qualche caso fosse
avvenuto, sarebbe stato riconsciuto, identificato
e riportato alle organizzazioni internazionali
(OMS)?).
A logica, la prima cosa da fare dovrebbe essere
mettere tutti i paesi a rischio in grado di
affrontare il focolaio: intensificando
l'assistenza medica ed informando le popolazioni
sui rischi e sulle misure preventive piu`
elementari (ridurre il piu` possibile il contatto
con uccelli, osservare norme igieniche
stringenti, e, in caso di malattia, rivolgersi
immediatamente al presidio sanitario piu`
vicino), e rifornendo le autorita` sanitarie
locali dei farmaci disponibili, con
raccomandazioni sensate sull'uso e sull'abuso.

Sfortunatamente il mondo in cui viviamo non
corrisponde proprio la modello logico, e sara` da
vedere cosa e quando succedera`. Anche se
avessimo a disposizione tutti i piu` potenti
modelli del mondo, gli esseri umani hanno
dimostrato di essere capaci di azioni individuali
e collettive di intensita` estrema, nel bene e
nel male. La storia non e` ancora fnita.

Piu` in generale son ormai diversi anni che
assistiamo a catastrofi 'naturali' che mettono
semrpe piu` a nudo la nostra vulnerabilita`. E'
ormai diffusa la consapevolezza che siamo noi
stessi, con il nostro stile di vita e i nostri
consumi i responsabili della rovina collettiva.
Questa finora ha colpito i poveri (dallo tsunami
a Katrina, passando per le 'carestie' del Sudan),
e anche con l'influenza accade che i ricchi (noi)
si attrezzano con farmaci e tentino di guadagnino
tempo per i vaccini.
Eppure non dovrebbe essere difficle capire che se
non la smettiamo di uccidere i poveri, prima o
poi tocchera` a noi: lo capiremo in tempo?


Monica Zoppè,
Scienziate/i contro la guerra













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