Buon giorno/anno Enrico e letteri in lista,

Mi ero perso questo tuo messaggio che vorrei commentare brevemente.

Trovo davvero miope o superficiale la nota della commissione istruzione e
cultura del Senato, che correla in modo superficiale l'uso del digitale
nell'istruzione al puro uso ed abuso dello smartphone.

Ma davvero è questo la scienza è la conoscenza degli organi legislativi
relativamente all'uso delle tecnologie digitali/cibernetica nell'ambito
dell'apprendimento?
Ma come si pensa di sviluppare una alfabetizzazione digitale e *un pensiero
critico* ed un comportamento etico dell'uso dei dispositivi digitali ed
internet?
La scuola deve avere un ruolo? E quale e come sarebbe?

Ma come si pensa di spiegare il pensiero computazionale e
l'intelligenza artificiale alle nuove generazioni? Solo in forma teorica
attraverso lezioni frontali?
E cosa succede se per qualsiasi motivo la scuola deve essere di nuovo
chiusa?

L'uso del digitale/cibernetica andrebbe analizzato in termini di accesso,
personalizzazione dell'esperienza dell'apprendimento, nella valutazione e
nel coinvolgimento attivo dello studente, nelle nuove possibilità di
apprendimento tra pari (vicini e dall'altra parte del mondo), nell'imparare
ad imparare ect. misurando l'impatto del digitale con indicatori come
"NEET" ed altri indicatori per misurare le prestazioni di un sistema di
istruzione.

Certamente, l'acquisizione di nuove competenze passa dalle relazioni umane,
dalla scuola, non come un semplice insieme di classi ma come una "fabbrica
sociale" dove parlarsi e confrontarsi. E nel futuro, per quello che so,
rimarrà così. I soldi spese per l'istruzione sono (e rimarranno) in primis
ed in stragrande maggioranza per gli stipendi degli insegnanti, basta
guardare il bilancio del ministero dell'istruzione (e del merito?).

E' vero che l'evidenza scientifica su larga scala è ancora limitata, è più
a livello di case studies, ma allora investiamo di più in questo, nella
ricerca applicata, coinvolgendo i docenti di ogni ordine e grado,
costruendo buone pratiche, "dal basso".

Davvero tanta amarezza, con la speranza che con il PNRR qualcosa si muova...
Alessandro


On Thu, 22 Dec 2022 at 09:35, Enrico Nardelli <[email protected]>
wrote:

> Si tratta dei risultati di un'indagine conoscitiva della commissione
> istruzione e cultura del Senato svolta tra il 2019 e 2021.
>
> Due estratti:
>
> «Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite, non
> sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato
> all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali
> citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi: più la
> scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli
> studenti sia i loro redditi futuri.»
>
> «Non si tratta di dichiarare guerra alla modernità, ma semplicemente di
> governare e regolamentare quel mondo virtuale nel quale, secondo le ultime
> stime, i più giovani trascorrono dalle quattro alle sei ore al giorno. Si
> tratta di evitare che si realizzi fino in fondo quella «dittatura perfetta»
> vaticinata da Aldous Huxley quando la televisione doveva ancora entrare in
> tutte le case e lo smartphone aveva la concretezza di un’astrazione
> fantascientifica: «Una prigione senza muri in cui i prigionieri non sognano
> di evadere. Un sistema di schiavitù nel quale, grazie al consumismo e al
> divertimento, gli schiavi amano la loro schiavitù».
>
> Il testo integrale è sotto, il doc originale qua
> https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/1299729.pdf
>
> DOCUMENTO APPROVATO DALLA 7ª COMMISSIONE PERMANENTE (Istruzione pubblica,
> beni culturali) NELLA SEDUTA DEL 9 GIUGNO 2021
> a conclusione dell'indagine conoscitiva sull'impatto del digitale sugli
> studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento.
>
> I RISULTATI DELL’INDAGINE
> Ci sono i danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, disturbi
> muscolo-scheletrici, diabete. E ci sono i danni psicologici: dipendenza,
> alienazione,depressione, irascibilità, aggressività, insonnia,
> insoddisfazione, diminuzione dell’empatia. Ma a preoccupare di più è la
> progressiva perdita di facoltà mentali essenziali, le facoltà che per
> millenni hanno rappresentato quella che sommariamente chiamiamo
> intelligenza: la capacità di concentrazione, la memoria, lo spirito
> critico, l’adattabilità, la capacità dialettica... Sono gli effetti che
> l’uso, che nella maggior parte dei casi non può che degenerare in abuso, di
> smartphone e videogiochi produce sui più giovani. Niente di diverso dalla
> cocaina. Stesse, identiche, implicazioni chimiche, neurologiche, biologiche
> e psicologiche.
>
> È quanto sostengono, ciascuno dal proprio punto di vista «scientifico», la
> maggior parte dei neurologi, degli psichiatri, degli psicologi, dei
> pedagogisti, dei grafologi, degli esponenti delle Forze dell’ordine auditi.
> Un quadro oggettivamente allarmante, anche perché evidentemente destinato a
> peggiorare.
>
> C’è stato un tempo in cui, per capire come saremmo diventati, noi italiani
> guardavamo alla Germania, poi alla Francia, poi, dal secondo dopoguerra,
> agli Stati Uniti. Ora, per la prima volta, il nostro sguardo abbandona le
> nazioni occidentali per volgersi ad Oriente. Corea del Sud, Cina, Giappone.
> Sono questi, oggi, i nostri modelli. Modelli avanzatissimi già da anni
> quanto a diffusione della tecnologia digitale, perciò anticipatori degli
> effetti che il crescente uso di smartphone e videogiochi produrrà
> fatalmente sui nostri figli, sui nostri nipoti, sui nostri amici, su di noi
> e di conseguenza sulla società in cui viviamo.
>
> I numeri impressionano. In Corea del Sud il 30 per cento dei giovani tra i
> dieci e i diciannove anni è classificato come «troppo dipendente» dal
> proprio telefonino: vengono disintossicati in sedici centri nati apposta
> per curare le patologie da web. In Cina i giovani «malati» sono
> ventiquattro milioni. Quindici anni fa è sorto il primo centro di
> riabilitazione, naturalmente concepito con logica cinese: inquadramento
> militare, tute spersonalizzanti, lavori forzati, elettroshock, uso generoso
> di psicofarmaci. Un campo di concentramento. Da allora, di luoghi del
> genere ne sono sorti oltre quattrocento. Analoga situazione in Giappone,
> dove per i casi più estremi è stato coniato un nome, hikikomori. Significa
> «stare in disparte». Sono giovani tra i dodici e i venticinque anni che si
> sono completamente isolati dalla società. Non studiano, non lavorano, non
> socializzano. Vegetano chiusi nelle loro camerette perennemente connessi
> con qualcosa che non esiste nella realtà. Gli hikikomori in Giappone sono
> circa un milione. Un milione di zombi.
>
> Tutte le ricerche internazionali citate nel corso del ciclo di audizioni
> giungono alla medesima conclusione: il cervello agisce come un muscolo,si
> sviluppa in base all’uso che se ne fa e l’uso di dispositivi digitali
> (sociale videogiochi), così come la scrittura su tastiera elettronica
> invece della scrittura a mano, non sollecita il cervello. Il muscolo,
> dunque, si atrofizza. Detto in termini tecnici, si riduce la
> neuroplasticità, ovvero lo sviluppo di aree cerebrali responsabili di
> singole funzioni. Analogo effetto si registra nei bambini cui è stata
> limitata la «fisicità». Nei primi anni di vita, infatti, la conoscenza di
> sé e del mondo passa attraverso tutti e cinque i sensi: sollecitare
> prevalentemente la vista, sottoutilizzando gli altri quattro sensi,
> impedisce lo sviluppo armonico e completo della conoscenza. È quel che
> accade nei bambini che trascorrono troppo tempo davanti allo schermo di un
> iPad o simili. Per quest’insieme di ragioni, non è esagerato dire che il
> digitale sta decerebrando le nuove generazioni, fenomeno destinato a
> connotare la classe dirigente di domani.
>
> Mai prima d’ora una rivoluzione tecnologica, quella digitale, aveva
> scatenato cambiamenti così profondi, su una scala così ampia e in così poco
> tempo. Il motivo è evidente, lo smartphone, ormai, non è più uno strumento,
> ma è diventato un’appendice del corpo. Soprattutto nei più giovani.
> Un’appendice da cui, oltre ad un’infinita gamma di funzioni, in larga parte
> dipendono la loro autostima e la loro identità. È per questo che risulta
> così difficile convincerli a farne a meno, a mettere da parte il telefonino
> almeno per un po’: per loro, privarsene è doloroso e assurdo quanto subire
> l’amputazione di un arto.
>
> Usarlo incessantemente è dunque naturale. È naturale perché questo li
> inducono a fare le continue sollecitazioni di algoritmi programmati apposta
> per adescarli e tenerli connessi il più a lungo possibile. È naturale
> perché a disconnettersi percepiscono la sgradevole sensazione di essere
> «tagliati fuori», esclusi, emarginati. È naturale anche e soprattutto
> perché essere connessi è irresistibilmente piacevole, dal momento che l’uso
> del digitale che ne fanno i più giovani, prevalentemente sociale
> videogiochi, favorisce il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore della
> sensazione di piacere.
>
> Ma si tratta di un piacere effimero. Dal 2001, anno in cui le console per
> videogiochi irrompono nelle camerette dei ragazzi, e con un’accelerazione
> impressionante dal 2007, anno in cui debutta lo smartphone, depressioni e
> suicidi tra i giovanissimi hanno raggiunto percentuali mai viste prima.
> Sono quasi raddoppiati, e quel che preoccupa è che il trend appare in
> costante ed inesorabile ascesa. Stessa tendenza, in rapida crescita,
> riguarda i casi di autolesionismo, di anoressia, di bulimia. Manifestazioni
> di disagio giovanile sempre esistite, ma che oggi si auto-alimentano sui
> social e nelle chat esaltando anziché scoraggiando i ragazzi e in modo
> particolare le ragazze dal metterli in pratica.
>
> A tutto ciò vanno sommate le conseguenze sui più giovani dell’essere
> costantemente a contatto con chiunque e con qualsiasi cosa. Istigazione al
> suicidio, adescamento, sexting, bullismo, revenge porn: tutti reati in
> costante crescita. Reati facilitati dal fatto che nelle nuove piazze
> virtuali non trovano spazio le regole in vigore nelle vecchie piazze reali:
> vige l’anonimato, i controlli sono scarsi, i minori vi si avventurano senza
> alcuna sorveglianza da parte dei genitori.
>
> Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite, non
> sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato
> all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali
> citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi: più la
> scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli
> studenti sia i loro redditi futuri.
>
>
> CONCLUSIONI
>
> Rassegnarsi a quanto sta accadendo sarebbe colpevole. Fingere di non
> conoscere i danni che l’abuso di tecnologia digitale sta producendo sugli
> studenti e in generale sui più giovani sarebbe ipocrita. Come genitori, e
> ancor più come legislatori, avvertiamo il dovere di segnalare il problema,
> sollecitando Parlamento e Governo ad individuare i possibili correttivi.
>
> Avanziamo alcune ipotesi:
> – scoraggiare l’uso di smartphone e videogiochi per minori di quattordici
> anni;
> – rendere cogente il divieto di iscrizione ai social per i minori di
> tredici anni;
> – prevedere l’obbligo dell’installazione di applicazioni per il controllo
> parentale e l’inibizione all’accesso a siti per adulti sui cellulari dei
> minori;
> – favorire la riconoscibilità di chi frequenta il web;
> – vietare l’accesso degli smartphone nelle classi;
> – educare gli studenti ai rischi connessi all’abuso di dispositivi
> digitali e alla navigazione sul web;
> – interpretare con equilibrio e spirito critico la tendenza epocale a
> sopravvalutare i benefici del digitale applicato all’insegnamento;
> – incoraggiare, nelle scuole, la lettura su carta, la scrittura a mano e
> l’esercizio della memoria.
>
> Non si tratta di dichiarare guerra alla modernità, ma semplicemente di
> governare e regolamentare quel mondo virtuale nel quale, secondo le ultime
> stime, i più giovani trascorrono dalle quattro alle sei ore al giorno. Si
> tratta di evitare che si realizzi fino in fondo quella «dittatura perfetta»
> vaticinata da Aldous Huxley quando la televisione doveva ancora entrare in
> tutte le case e lo smartphone aveva la concretezza di un’astrazione
> fantascientifica: «Una prigione senza muri in cui i prigionieri non sognano
> di evadere. Un sistema di schiavitù nel quale, grazie al consumismo e al
> divertimento, gli schiavi amano la loro schiavitù».
>
> Giovani schiavi resi drogati e decerebrati: gli studenti italiani. I
> nostri figli, i nostri nipoti. In una parola, il nostro futuro.
>
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