Ciao a tutti,

un saluto innanzi tutto a Francesco, un po' in ritardo, ma gli eventi della
scorsa settimana mi avevano bloccato....  Grazie per averci raccontato della tua
barca. Ne parli al passato, ma spero che la tua passione continui. (a proposito:
adriatico, tirreno o ionio? )

Qualche tempo fa, Spherik aveva scritto:
> E' sempre una sorpresa ritrovare parti del "romanzo" nel nostro pensiero...

Di almeno un paio abbiamo capito che sono QUI, se non altro, per passione
motoristica e velistica. Mi piacerebbe allora "lanciare" un tema che era stato
gi� il tema del mese su MF un paio di  anni fa.

<<Quali parti di Lila o ZAMM vi sono piaciute di pi�, e perch�? >>

Mi sembra un buon modo per dire la propria, senza doversi imbarcare in
ragionamenti metafisici,  complessi ed improbabili...  Per chi ne ha voglia,
bastano poche righe, ovviamente.

Spero di sentirvi, nel frattempo un saluto a tutti.

Marco.

p.s.
Sono anche andato a rivedere quel mese su MF, era il dicembre 99, ed ho
ripescato un messaggio che mi aveva colpito. L'ho tradotto, e spero che vi
piaccia. (l'originale � disponibile negli archivi di MF su MOQ.org) .


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Alla salute di Pancho Piquet.
Cory Ramage, 5 Dicembre 99



"Alla salute di Pancho Piquet".

"Chi � Pancho Piquet?" chiese Lila.

"Il carpintero de ribera. Un vecchio Cubano. Parlava spagnolo cos� veloce che
perfino i messicani facevano fatica a capirlo. Assomigliava a Boris Karloff. Non
aveva niente del cubano e neppure del messicano.
"Il miglior carpentiere che abbia mai conosciuto" disse il Capitano. "Lavorava
ad una velocit� pazzesca. E con una precisione. non perdeva mai il ritmo,
nonostante il caldo tropicale. Non c'era l'elettricit� e lui faceva tutto a mano
e manovrava i suoi attrezzi pi� in fretta che se fossero a motore. Avr� avuto
cinquanta, sessant'anni, e io venti e rotti.  Cercavo di tenergli dietro e lui
sorrideva con quel sorriso alla Boris Karloff.

"Perch� brindiamo alla sua salute?"

"Be'  mi avevano avvisato: 'El toma!', beve! E infatti. Una notte arriva dal
Golfo del Messico un Norte, una tramontana, cos� forte ma cos� forte, che le
palme si piegavano quasi fino a terra. E scoperchia la sua casa, prende il tetto
e se lo porta via.
E lui, invece di aggiustare il tetto , si ubriaca, una sbornia che � durata pi�
di un mese. Dopo un paio di settimane sua moglie non aveva pi� soldi per
comprare da mangiare, doveva chiedere la carit�. Una cosa molto triste. Credo
che Pancho si ubriacasse anche perch� vedeva che tutto andava storto e non
avremmo mai completato la barca. E infatti ad un certo punto mi finirono i soldi
e dovetti andarmene".

"Per questo allora brindiamo alla sua salute?".

"S�, per me � stato una specie di esempio al negativo. E mi ha anche insegnato
una cosa. A capire col sentimento che cosa sono i tropici. Adesso, a parlare
della Florida e del Messico, mi � tornato in mente."

"Cosa vuoi tornare l� a fare?" disse lei.

"Non so. L� c'� questo senso di disperazione sempre presente. Mi ritorna anche
adesso, solo a parlarne. "Tristi tropici" li ha chiamati quell'antropologo,
Levi-Strauss. E' come un richiamo. I messicani sanno che cosa intendo: la
sensazione che quella tristezza sia la verit� vera sul mondo e che � meglio
convivere con una verit� triste che con tutti questi discorsi ottimistici sul
progresso che ti rifilano qui nel Nord".
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Sono cresciuto nel profondo sud degli USA, ed anche in profonda povert�. E'
stato mio nonno a farmi crescere, dopo che mio padre se ne era andato quando ero
piccolo, e visto che mia madre non sembrava in grado di stare in pace per un po'
senza vedere verdi pascoli su qualche collina e andare a goderseli. Mio nonno
aveva tagliato alberi per una vita. A cinquant'anni era stato schiacciato da dei
tronchi caduti da un camion, e quando camminava si muoveva molto lentamente, e
non era pi� in grado di abbattere grossi alberi.  Io e lui andavamo nella
foresta alla mattina presto, col sole appena sorto, tagliavamo un carico di
tronchi, alberi giovani; li portavamo a casa e li scortecciavamo prima di
portarli al deposito. In una giornata potevamo farci un paio di dollari.
Tornavamo a casa che era quasi buio, mangiavamo quel che c'era, e andavamo a
letto con il sole. Niente tv, e comunque, se anche l'avessimo avuta, niente
elettricit�.

Vivevamo in una casupola con due stanze su di una collina. Niente acqua
corrente. Portavamo l'acqua da una sorgente che si trovava poco sotto casa.
Nella casupola non c'era il bagno, solo una baracca fuori. La usavamo per un
po', poi dovevamo scavare una nuova buca e spostarla. Ricordo, quand'ero seduto
l�, un sacco con della calce, e di come dovevamo spargerne un po' ogni volta che
"scaricavamo". Attenuava la puzza. In casa non avevamo n� forno n� stufa.
Dovevamo cucinare tutto in un fornello a legna che tenevamo in una stanza. Gli
inverni erano corti, l�, ma freddi. Specialmente perch� casa nostra non aveva
una vera porta, solo una zanzariera su cui mettevamo del cartone nel tentativo
di tener fuori il freddo e dentro il caldo.

Anche al nonno piaceva bere. Distillato di grano. Robaccia che imbottigliavano
in quei tempi da quelle parti. Lo potevi comprare all'emporio se ti conoscevano.
Vivevamo in una zona povera e il nonno non aveva soldi per comprare "veri"
liquori. Teneva una brocca sulla veranda e prima di partire alla mattina tirava
un bel sorso. E quando tornavamo a casa dal lavoro, un'altro. Penso che fosse il
modo che il nonno aveva di affrontare la vita dura che gli era capitata. Come
Pancho Piquet, ci scommetto.

Eravamo tremendamente poveri, ma la cosa buffa � che crescendo non mi ero mai
reso conto di essere povero. Tutti i nostri parenti erano nella stessa
situazione. E anche tutti i nostri vicini. Certo, c'erano anche dei ricchi, ma i
soldi correvano in certe famiglie, o li avevi o non li avevi. Le cose stavano
cos�. C'era un eterno senso di tristezza per questo, quasi un senso di
rassegnazione. Un sistema di caste da cui non si poteva trovare una via
d'uscita. E andava sempre peggio. Ogni giorno io ed il nonno tagliavamo,
pulivamo e consegnavamo tronchi al deposito per qualche penny al pezzo, mentre
il proprietario del deposito (e dell'emporio, della stazione di rifornimento,
del negozio di alimentari e perfino dell'ufficio postale) diventava sempre pi�
ricco alla faccia della nostra fatica.

Il nonno si ammal� e mor� che avevo 16 anni. Tir� avanti un po' e poi mor� come
era vissuto, con fatica. Mi trasferii a nord, e non feci pi� ritorno per molti,
molti anni. Cos� tanti che, infatti,quando tornai non riconoscevo pi� il posto.
Il vecchio sud era morto. Gente nuova era arrivata ed aveva portato con s� il
denaro. Non c'era pi� quella tristezza, a parte in qualche vecchio che ancora
ricordava. Ora tutto si muove veloce, l� come qui, al nord. La vecchia stazione
di servizio dove tutti i vecchi si incontravano ogni giorno e si sedevano
intorno alla stufa, d'estate come d'inverno, � diventato un negozio di
anticaglie. Il vecchio emporio non c'� pi�, sostituito da un negozio elegante
della catena Casey's.  Il vecchio barbecue � diventato un McDonald's.

Stanno cercando di nascondere la tristezza sotto i lustrini. Proprio come
facciamo qui a nord. Fretta, fretta, fretta. Fretta al lavoro, fretta per cena,
fretta alla tv, fretta di alzarsi dal letto, fretta sempre e ovunque.  Forse, ma
proprio forse, se stiamo abbastanza impegnati perdiamo di vista
quell'incredibile tristezza che sta alla base di tutti i nostri incubi. Noto
questo sguardo se scendo dalla macchina e parlo per un po' con un benzinaio, o
con un cassiere. Questo sguardo devastato. Fa' presto, e d� quel che hai da
dire, poi esci e lasciami solo, cos� potr� far fretta a qualcun altro.  Non era
cos� che crescevamo nel sud. Proprio no.

Ricordo che andavo dai vicini per usare il loro telefono, perch� non l'avevamo.
Li chiamo vicini, ma stavano dall'altra parte della valle. La via pi� breve per
andare da loro era una vecchia strada disboscata. Correva lungo una cresta, fra
due valli, in uno dei pi� bei posti che Dio abbia fatto. Adesso c'� una zona
residenziale. I vicini erano sempre molto cordiali quando andavo ad usare il
loro telefono. C'era sempre tempo per chiacchierare e cadere nei pettegolezzi.
Non erano ricchi, ma un po' di soldi li avevano. Il nonno li chiamava soldi
vecchi. Mi facevo vivo all'improvviso s� e no ogni due mesi, e loro gi� sapevano
il motivo. Ma ogni volta che andavo, finivo per passare l� l'intero pomeriggio a
cazzeggiare con loro. Provateci oggi ! Con tutto il nostro  progresso ed i
nostri obiettivi. Non c'� pi� il tempo per buttare le ore. Se ti presenti
all'improvviso da qualcuno si arrabbia con te! Magari non te lo dice in faccia,
ma te ne accorgi. Ansia. Il bisogno di fare qualcosa d'altro, qualunque altra
cosa, piuttosto che stare l� soltanto a parlare con un vecchio amico che
potresti anche non rivedere mai pi�. Quanto mi rende triste tutto ci�. Mi
vengono le lacrime agli occhi mentre scrivo.

Pancho Piquet mi ricorda quella tristezza che noi facciamo di tutto per
nascondere, con i nostri fast food, con la nostra vita cos� veloce, e la nostra
morte altrettanto veloce. Ogni volta che torno a sud, piango il nonno. Piango
per i bambini che crescono oggi, che non conosceranno mai quella tristezza che
sta in fondo alle ossa e che � la verit� della vita. A dispetto di tutto lo
splendore e l'eleganza con cui ci adorniamo. Il buon ristorante, le belle case,
i prati ben curati. Sono soltanto una illusione buttata in faccia ad una
sovrastante tristezza, troppo profonda per poterla capire. Bisogna viverla.




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