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Edizione del
sabato
"Prof, e Totila?"
Questa era la domanda che da un paio di settimane accoglieva il professor Rossi al suo arrivo in aula. "Oggi finisco di raccontarvi la sua storia e come dice sempre Dario Fo quando inizia a recitare un pezzo di Mistero Buffo: cominciamo senz'altro. Il
543 e' un anno disastroso per la popolazione di tutta la penisola. Scoppia la
peste. La popolazione, gia' decimata dalle continue guerre e stragi, si ritrova
pressoche' dimezzata...
... Nel 545, al momento stesso in cui Belisario si sta buttando anima e corpo per organizzare il suo nuovo esercito e marciare contro Totila, in Bisanzio e a Ravenna si allestiscono processi contro i pagani... ... I generali Bizantini, impiegati nella campagna italica, litigano tra loro, il morale delle truppe e' a terra, ormai le citta' italiane, in mano all'Imperatore d'Oriente, sono ridotte a 5 o 6, Roma compresa. E' proprio a questo punto che Totila lascia una piccola guarnigione a Napoli e, col grosso dell'esercito, parte alla volta di Roma. Impegna solo mille uomini per occupare Tivoli. Di li', si puo' controllare l'accesso dal mare al Tevere. Intanto, dalla Dalmazia, scende Belisario. In Calabria sbarca Giovanni l'armeno con l'altro contingente bizantino. Totila lascia una forte guarnigione ad assediare Roma e, a marce forzate, risale la penisola per la Salaria, passa gli Appennini e ne blocca l'accesso a Belisario. Poi torna al Sud e lascia altri uomini a presidiare le vie che conducono a Roma. La rapidita' e la determinazione con cui si muove destano stupore e ammirazione nella popolazione dell'Italia intera. Belisario sbarca sul litorale, alla foce del Tevere, con un piccolo contingente di uomini. Si acquartiera a Porto presso Ostia ma tutti i tentativi di portare aiuto agli assediati si traducono in veri e propri disastri. Il generale invia a Costantinopoli sua moglie Antonina perche' intervenga chiedendo aiuto alla sua amica Teodora. Quando giunge alla capitale bizantina, viene a sapere che Teodora e' appena morta. L'Imperatore si rifiuta di ricevere Antonina. Intanto (il 17 dicembre del 546), dopo due anni di assedio, Roma cade. Giustiniano accusa il suo generale Belisario di vigliaccheria e incapacita', minaccia di togliergli il comando e lo richiama a Bisanzio. L'ingresso degli strazza-ciocchi di Totila in Roma rischia di risolversi in un massacro. Piu' di trenta soldati del presidio imperiale vengono uccisi e altrettanti civili cadono sotto le armi dei contadini guerrieri che, nell'assalto, hanno trovato una fiera resistenza. Per fortuna interviene Totila. Egli, con grande autorita', blocca i suoi uomini e minaccia severamente gli irriducibili. Lo storico Villani racconta che, all'ingresso in Roma degli strazza-ciocchi e dei Goti, gran parte del contingente bizantino se la batteva per la porta che s'apre nel lato opposto delle mura. Nel momento stesso in cui il re Goto impone ai suoi uomini di deporre le armi e cessare la mattanza, un gran numero di abitanti fugge per la stessa apertura. In citta' rimanevano meno di 5000 persone. Roma eterna s'era ridotta a un borgo. Totila fa uscire i superstiti rimasti in citta', li fa caricare su carri e trasporta tutti quanti oltre Benevento: "Spargendoli come foglie in quelle valli". Svuotata la citta', da' ordine che gran parte delle mura vengano abbattute, il che viene eseguito. Solo una sparuta guarnigione di strazza-ciocchi rimane sulle colline circostanti a osservare di lassu' la caput mundi, ridotta a una conchiglia abbandonata. Anche i gatti se ne sono usciti. Dopo alcuni mesi, approfittando del fatto che a guardia di Roma non c'e'
che uno sparuto gruppo di Goti e strazzacioch, Belisario decide di riprendersi
Roma abbandonata.
Quando la raggiunge, gli appare piu' squallida di quel che s'immaginava. Erbe e stoppie l'hanno invasa. Molti tetti sono crollati. Le mura rimaste in piedi sono meno di un terzo. Bisogna abitarla. I vecchi cittadini dell'Urbe si sono ormai sistemati altrove e non vogliono certo rivivere la tremenda esperienza: in dieci anni, stando a Roma, hanno subito cinque assedi con relativi stupri e massacri. Belisario non vede altra soluzione che precettare la popolazione fuggita. I pochi sopravvissuti sono costretti a rientrare con la forza. Quindi, rastrella centinaia di artigiani, in particolare carpentieri e muratori del circondario, e impone loro di lavorare per il restauro della citta'. Intanto Totila concede licenza a piu' di meta' dei suoi soldati che hanno richiesto di tornare nelle loro terre. Sono trascorsi cinque anni da quando sono stati ingaggiati. E in quelle terre non hanno quasi mai abitato. Al loro posto arrivano altri contadini, quasi tutti ragazzi figli dei veterani. Raggiunta Napoli, gran parte dell'esercito vittorioso viene imbarcato su 400 navi che fanno rotta per la Sicilia. Totila intende conquistare tutto il Sud, a cominciare dalle isole. E' una mossa per indurre l'Imperatore a venire a patti e accettare l'offerta di pace gia' proposta piu' volte a Totila. Giustiniano finge di non aver nemmeno ricevuto il messaggio di Totila proponente la pace, anzi, risponde mettendo in campo un altro esercito. Questa volta non lesina il denaro per le truppe e da' incarico di riunirle a un suo fido generale che nomina Magister Militum. Si tratta di un eunuco di grande intelligenza e cultura. Il suo nome e' Narsete. Un cronista del tempo lo descrive piccolo di statura e minuto, un nano. Quando monta a cavallo, potresti scambiarlo per un bambino su un elefante. Anche Narsete, come gia' sette anni prima Belisario, si reca in Dalmazia, a Salona. Qui trova gran parte dell'esercito che l'ha preceduto. Si tratta di Traci, Illiri, Persiani e, per la prima volta, Longobardi. Nello stesso anno Totila e suoi uomini tornano a Napoli. Raggiungono Roma e, se pur con fatica, la riconquistano. Siamo nel 550. Quindi l'anno appresso (551) Totila marcia verso Otranto e la occupa. Di li', puo' bloccare le navi dei Bizantini cariche di rifornimento, che transitano per l'Adriatico. Risale la penisola fino alle Marche. Pone l'assedio ad Ancona. La sua flotta, davanti a Senigallia, si scontra con quella dei Bizantini. E' sconfitta, vanno perdute molte navi. Ormai l'Adriatico e' totalmente in mano agli imperiali. Siamo sempre nel 551. Narsete scende a Ravenna. Comanda di certo il piu' potente esercito messo in campo negli ultimi 50 anni dall'Imperatore d'Oriente. Oltre ai gia' citati Eruli, Greci, Persiani e Longobardi si sono aggiunti i famosi Gepidi, lanciatori di giavellotti e cavalieri della Carnia. Non gli e' possibile percorrere la via interna: da Verona, a Modena-Bologna, e' un percorso ben controllato dai Goti. Prima di lasciare la Dalmazia, ha fatto costruire zattere che possono muoversi anche su ruote. Egualmente ha trasformato in mezzi rotanti capaci barconi. Cosi' equipaggiato, scende lungo la costa adriatica, attraversando, uno a uno, i cari rama del delta del Po... comprese le lagune. In un mese arriva a Ravenna. Narsete, giunto nella citta' immersa nel pantano, si preoccupa di far riposare i suoi soldati. Il suo esercito e' cosi' numeroso che la citta' immersa nel pantano, si preoccupa di far riposare i suoi soldati. Il suo esercito e' cosi' numeroso che la citta' non e' in grado di raccoglierlo per intero, quindi, a cominciare dalla cavalleria al completo, meta' delle sue forze vengono sistemate a Cesena e Forli'. Dall'Oriente giungono notizie tragiche: orde di Unni Sclaveni e Cutriguri (razze di origine turco-mongola) hanno invaso la Tracia... fra non molto raggiungeranno il Bosforo. L'imperatore Giustiniano e' costretto, per la terza volta a richiamare Belisario. Ma non ha possibilita' di offrirgli un valido esercito. Le ultime truppe efficienti, che aveva tenuto in sebo per la difesa di Costantinopoli, sono state inviate in Africa per sedare un'ennesima rivolta. Dove raccogliere i nuovi armati? E qui si realizza qualcosa di impensabile: "Facciamo come Totila - propone Belisario - ingaggiamo braccianti e servi senza terra, ti assicuro Augusto che possono essere ineguagliabili, basta offrir loro campi da lavorare". "E' impossibile, quel bastardo di Totila ha distribuito a quei pezzenti possedimenti estorti ai latifondisti cristiani e alla curia romana. Che mi succede se io esproprio i patrizi bizantini che mi sostengono al governo dell'impero?" "Io - risponde Belisario - non penso affatto di distribuire ai contadini, che si uniranno a me, terre nuove, ma le terre che barbari hanno gia' espropriato ai tuoi patrizi, terre che non posseggono piu'. Tu, Giustiniano, devi dir loro: di questo passo, fra un mese, voi avrete perso tutto, compreso quel che ora vi rimane dei vostri possedimenti, e forse anche la testa. Io vi salvo da questa sciagura; in cambio, dovete dimenticare di aver mai posseduto quei campi". Giustiniano acconsente. Migliaia di contadini senza terra, strazza-ciocchi del regno d'Oriente, accettano la scommessa: avranno i campi per se' solo se riusciranno a strapparli dalle grinfie degli Unni. Belisario ritrova la carica del grande generale, allena per un mese i suoi strazza-ciocchi, quindi, li scaglia contro gli Unni. Un cronista, presente allo scontro, commenta: "E' incredibile l'aggressivita' di quei contadini-guerrieri, sembra che in vita loro non abbiano fatto altro che combattere contro giganti". Dopo una serie infinita di assalti gli Unni sono battuti, travolti, i superstiti si danno alla fuga. Giustiniano e' costretto a rispettare i patti e, mentre le terre riconquistate vengono distribuite, commenta: "L'ingaggio di questi contadini s'e' dimostrato un botto strepitoso, ci hanno tolti da un grosso guaio; ma temo che non si sia combinato un buon affare. Copiando Totila, abbiamo insegnato a dei disperati, semi-schiavi, che possono essere in grado di battere qualsiasi esercito di professionisti. Non vorrei che un giorno venisse loro l'idea di battere anche noi". Torniamo in Italia e in particolare a Ravenna. Narsete, alla fine del 551, riconquista Rimini, caduta nelle mani dei Goti qualche anno prima, e punta verso l'Umbria, dove sa che potra' incontrare l'intero esercito di Totila. Scansa l'Appennino al passo del Furlo, una gola a imbuto che puo' diventare per lui una trappola. Scende e risale verso Gualdo Tadino. Nella zona di Caprara i due eserciti si trovano uno di faccia all'altro. Totila e' conscio di avere contro un'armata gigantesca, doppia di quella di cui lui dispone. Per di piu', a sostegno delle sue truppe, manca un contingente di ben 2000 uomini a cavallo. Dovevano raggiungerlo all'alba ma sono in gran ritardo. Non e' la prima volta che quel suo esercito, da lui inventato, s'e' ritrovato in situazioni analoghe ma e' sempre riuscito ad averla vinta. Percio' cerca di giocare in anticipo e sull'imprevedibile. E' quasi il tramonto. I due eserciti sono entrambi affaticati dalla marcia, sarebbe ragionevole riposare e attendere l'alba. Invece Totila ordina: si attacca subito! Ma Narsete, il nano sull'enorme cavallo, non si lascia prendere alla sprovvista. Immediatamente ha schierato, come s'e' affacciato sulla piana, i suoi Gepidi con le lance e i Persiani con gli archi. Una tempesta di frecce e giavellotti cade sui contadini-guerrieri. Si coprono con gli scudi ma in molti cadono trafitti. Poi Narsete lancia la cavalleria unna. I soldati di Totila contrattaccano. Puntano lance come pali e disarcionano un gran numero di cavalieri. Adesso tocca a loro scagliare lance e frecce. Quindi, tutti indietro ad appostarsi sul costone di Gualdo. Li inseguono i Longobardi e gli Eruli. Scoppia una rissa sgangherata. Tutte le file si sono spezzate. Parte la cavalleria dei Goti e va a franare contro i fanti del loro stesso esercito. Non si puo' piu' scagliare una lancia. Non si sa chi vada a colpire, sembra di stare in una immensa fucina dove migliaia di fabbri martellano su incudini fatte con teste di uomini. Quasi all'unisono, i capi dei due eserciti ordinano ai propri uomini di retrocedere, i contendenti si sganciano. Un respiro, e poi di nuovo un tremendo cozzo. Totila sbircia verso Gubbio da dove dovrebbero arrivare i suoi duemila uomini a cavallo. Non si vede anima viva. Sta scendendo il sole. Ecco che di nuovo i Gepidi lanciano le loro micidiali zagaglie e gli Eruli tendono gli archi, scoccano frecce. Stavolta e' una carneficina. La piccola cavalleria gota carica alla disperata i Longobardi. Arrivano sul fianco i Persiani. Cavalli che si rovesciano uno sull'altro, uomini schiacciati, scannati. I contadini-guerrieri si rialzano e, se pur sanguinanti, si lanciano di nuovo contro i nemici. "Ma chi glielo fa fare a quegli scalmanati di battersi a quel modo a costo di farsi accoppare tutti quanti?" si chiede un giovane capitano della guardia di Narsete. E il piccolo generale risponde: "C'e' una sola ragione, questi non si battono ne' per un re ne' per l'Imperatore ma solo per le loro terre". E' gia' quasi buio. Ormai la sorte dello scontro e' segnato. Per la prima volta l'armata degli strazza-ciocchi e' battuta. Totila tenta la fuga. Una lancia scagliata da un Gepido lo trafigge. Egli sprona il cavallo e raggiunge un gruppo dei suoi. Lo tirano in salvo. Totila ordina di spezzargli l'asta della lancia ma non di estrarla, sa che morirebbe in un attimo dissanguato. Non vuole che il suo cadavere finisca tra le mani dei Bizantini per essere trascinato a Ravenna tra una folla sghignazzante. Muore dalle parti di Poppiano. Lo seppelliscono subito in una fossa scavata in fretta. Ottenuta la vittoria, Narsete da' l'ordine ai suoi uomini e, in particolare alla cavalleria, di inseguire i superstiti in fuga. "Catturateli vivi, e poi li voglio tutti qui". I prigionieri, anche quelli duramente feriti, vengono trasportati nelle zone dove Totila aveva confiscato le terre ai possessores cristiani e al clero. Ancora nel VI secolo, come ai tempi dell'impero romano, la punizione per gli schiavi e i servi che si erano appropriati dei beni dei patrizi, era la crocifissione. Quindi, al limitare di ogni campo, i soldati dell'Imperatore issano croci, sulle quali vengono inchiodati gli strazza-ciocchi, servi, ladri di terra. Si racconta che un Vescovo, tornato in possesso delle sue terre, si oppose a che s'innalzassero quei trofei proprio nel suo campo: "No, non vi permetto di insozzare il simbolo del sacrificio di nostro Signore inchiodandoci sopra un ladro di terre. Se proprio dovete condannarli, impiccateli ma niente croci, per Dio!" Di certo, quel dialogo e' immaginario ma ci aiuta a capire perche' a Ravenna, sulle mura delle chiese decorate con splendidi mosaici, non appaia mai un Cristo in croce. E' semplice, fino all'VIII secolo, in Italia, si e' continuato a inchiodare condannati a morte su tavole con traversoni. Quindi, un buon cristiano non poteva inginocchiarsi, in chiesa, ai piedi di un Cristo in croce e poi rischiare di ritrovarsi nella piazza dinanzi a un reale povero cristo issato su un analogo strumento di tortura." Il
professor Rossi chiuse il libro nello stesso istante in cui suonava la
campanella che annunciava la fine della lezione.
"E la settimana prossima?" chiede Albero Forti, "Letteratura" rispose il professore "Vi raccontero' come i critici letterari hanno travisato Rosa fresca aulentissima di Ciullo d'Alcamo". "Cielo d'Alcamo, professore, non Ciullo" disse Giuliano Tronchetti, famoso pignolo e secchione. "Ecco, si e' travisato anche il nome del poeta, pensa te cosa hanno fatto alla sua poesia..." Simone Canova, Jacopo Fo, Gabriella Canova, Maria Cristina
Dalbosco e Manuela Spacca www.alcatraz.it Per cancellarti da questa newsletter manda una e-mail vuota
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