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Edizione del
sabato
Rosa fresca
aulentissima
Per
quanto riguarda la nostra storia, o meglio la storia del popolo minuto, uno dei
testi primi del teatro parodistico-grottesco satirico, e' Rosa fresca
aulentissima di Ciullo - o Cielo - d'Alcamo.
Ebbene, perche' noi vogliamo parlare di questo testo? Perche' e' il testo piu' mistificato che si conosca nella storia della nostra letteratura, in quanto mistificato e' sempre stato il modo di presentarcelo. Al liceo e al ginnasio, quando ci propongono quest'opera, di fatto ci propinano una vera e propria truffalderia. Prima di tutto ci fanno credere che si tratti di un testo scritto da un autore aristocratico, probabilmente un letterato-poeta alla corte dell'imperatore Federico II di Svevia, che, pur usando il volgare, si e' dimostrato talmente dotato da riuscire a tramutare "il fango in oro". Egli ha trasformato un tema bassamente triviale, una situazione rasentante l'osceno, come il dialogo che prelude a un amplesso d'amore carnale, in una poesia sublime e "culta", propria della "classe dominante". Per dimostrarci l'assoluta attendibilita' di questa teoria, i sacri autori illuminati, chiosatori dei testi scolastici, da De Sanctis al D'Ovidio, eseguono serie incredibili di capriole e salti mortali da applauso spaccapalme. E qui voglio svelarvi che il primo a eseguire un gioco di prestigio e truffa e' stato Dante Alighieri. Infatti, piu' o meno esplicitamente, nel suo De Vulgari Eloquentia, commentando Rosa fresca aulentissima sentenzia con una certa sufficienza che d'accordo... c'e' pure qualche crudezza in questo "contrasto", qualche rozzezza, ma certamente l'autore e' da ritenersi una persona colta, se pure di media cultura. Non parliamo poi di cosa abbiano escogitato gli studiosi della poesia trobadorica giullaresca del Settecento e Ottocento a proposito dell'origine "alta" di questo testo; il culmine dello spasso l'abbiamo avuto sotto il fascismo, ma anche poco prima non si scherzava. Il popolo, si sa, non e' in grado di creare, di elevarsi al di sopra della sua innata e normale banalita'. Il volgare e' la sua costante vitale e quindi riesce al massimo a copiare "meccanicamente" dagli autori aristocratici, i soli in grado di creare espressioni d'arte. Il poeta di alta conoscenza e livello morale puo' trovarsi anche a sguazzare nel fango... ma ecco che gli basta fare ricorso al proprio lirico afflato e... un, due... un saltello, uno zompo fantasticante... ecco che si libra nell'aria come un airone leggiadro... miracolo della classe. Invece, il giullare uso a esibirsi sui banchi dei mercati puo' prendere rincorse a spaccafiato, sgambarsi, sbattere braccia a mulinello... sflam!... ricade immancabilmente nella melma maleodorante da cui nasce e prende linfa. Ma a buttare all'aria tutta questa bell'impostazione ecco spuntare all'improvviso due sciamannati spaccatutto, nel senso cordiale naturalmente del termine, un certo Toschi e un altro che si chiama De Bartholomaeis; notate bene, due studiosi di formazione cattolica, oltretutto. Costoro hanno combinato una vera e propria carognata, cioe' hanno dimostrato che il "contrasto" in questione e' un testo straordinario, ma opera di un giullare di estrazione e cultura popolare. Come? Ecco qua, basta analizzare con attenzione l'impianto dell'opera e scopriremo che chi parla e' proprio un giullare, ovvero il classico buffone dei mercati. Il giullare si presenta nei panni di un gabelliere, piu' precisamente di un personaggio che come professione si preoccupa di ritirare la tassa, che permette di metter banco nei mercati. Anticamente a questi gabellieri si appioppava un soprannome piuttosto curioso: li si chiamava gru o grue, il noto fenicottero trampoliere. Perche'? Per il fatto che tenevano un libro, un registro, attaccato a una coscia con una cinghia e quando dovevano ritirare i soldi per segnare l'introito incassato dai vari mercanti si ponevano in questa posizione piuttosto curiosa (solleva una gamba, appoggiando il piede al ginocchio della gamba ritta), appunto come le gru e tutti i fenicotteri in genere, cosi' poteva comodamente sollevare il gonnellone e scoprire il registro sul quale andava scrivendo. Ora questo gru o grue si trova a dichiarare il suo amore appassionato a una ragazza affacciata a una finestra. E come il giovane, nascondendo il libro che ha sulla coscia con una falda della sottana, si fa credere nobile e ricco, cosi' anche la ragazza dal verone inventa, truffaldina, di essere la figlia del proprietario del palazzo. In verita' si tratta di una ragazza a servizio in quella casa, la classica servetta. Da cosa lo si intuisce? Da un sonetto ironico recitato dal corteggiatore che cosi' si esprime: "Di canno [da quando] ti visti'sti di maiu'to [vestita di maiu'to, di saio] bella, da quello jo'rno so' feru'to [ferito]", cioe' la ragazza appare vestita di telo di juta, abbigliamento classico delle sguattere, delle lavandaie. Il gabelliere gabba la ragazza ricordandole evidentemente d'averla veduta sciacquare i panni nella posizione assisa, coi glutei all'aria frementi dallo sbattere nel risciacquo, classica azione che innamora alla follia i fortunati transitanti a tergo. Ora conosciamo la collocazione sociale dei due personaggi: la ragazza che millanta la propria posizione aristocratica e il giovane che fa altrettanto. Il ragazzo declama: "Rosa fresca aulentissima ch'apa'ri inver' la state..." E' linguaggio aulico, raffinato, volutamente caricato per far intendere che il giovane sta inventandosi, spudorato, una propria origine aristocratica. "Rosa fresca aulentissima ch'apa'ri inver' la state, / le donne te disi'ano, pulze'll' e maritate". Cioe', sei talmente bella figliola, che tanto le fanciulle che le maritate vorrebbero fare l'amore con te. Per non parlare delle vedove! Ma dico, e' una pazzia! Ma pensate voi, a scuola, il povero professore che dovesse spiegare il dialogo cosi' come appare in superficie (con tono professionale): "E' normale ragazzi... nel Medioevo le donne s'accoppiavano tra di loro con molta facilita'". Gli arriva un pernacchio misto a risate a non finire e viene cacciato, spedito a insegnare in Libia da Gheddafi. Ecco perche' il povero insegnante, che fra l'altro "tiene famiglia", e' costretto a mentire. Attenti pero', trovandoci noi davanti a una giullarata, non dobbiamo mai dimenticarci dei lazzi a ribaltone che il fabulatore esibisce sempre in giochi di doppio senso, spesso scurrili. Quindi declamando "rosa fresca aulentissima", siamo sicuri che il corteggiatore alluda proprio alla ragazza? Il verso termina con "ch'apa'ri inver' la state". Ma quando mai la rosa fresca e profumata fiorisce nell'estate? Semmai in primavera. Nel caldo solleone la rosa si spampana! E allora a che razza di rosa si allude? E "la state" significa proprio l'estate? No, il giullare nei panni del grue ha sollevato il gonnellone che, guarda caso nell'antico linguaggio siciliano si chiamava proprio astati, cioe' una gonna composta da tante "aste di stoffa". Quindi, quel bocciolo di rosa che spunta da "sotto il sottano" e' un fiore di ben altra origine e consistenza. Ohh! ecco svelato il gioco satiresco. Invero, la preoccupazione di correggere la verita' nasce gia' al momento di decifrare il soprannome dell'autore; infatti viene quasi sempre citato nei testi di scuola non come Ciullo d'Alcamo ma come Cielo d'Alcamo. Attenzione, i lombardi sanno cosa significhi il termine "ciullo". Senza voler fare della scurrilita' gratuita, "ciullo" allude correttamente al sesso maschile. Anche ad Alcamo, sopra Palermo, ha il medesimo significato. Provate a recarvi in quel paese ad apostrofare il primo abitante che incontrate con "Ehi, testa di ciullo!" vi arriva una mazzata in fronte che vi stende secchi! Quindi, per evitare equivoci di sorta, vi ribadisco che Ciullo d'Alcamo significa "sesso maschile d'Alcamo". Tornando alla scuola, vi rendete conto che questo termine deve essere subito modificato e naturalmente il professore dice: "C'e' un errore!" In aiuto degli insegnanti sono giunti alcuni ricercatori che hanno fatto carte false per indicare un'altra lettura. Prendere per buono un soprannome tanto scurrile significava accettare che il Ciullo in questione fosse sicuramente un giullare; infatti quasi tutti i giullari nel Medioevo si fregiano di epiteti scopertamente triviali. Abbiamo "Salsiccia tronfia", "Ganassa scassa natiche" fino ad Angelo Beolco Pavan, detto "il Ruzzante" che a nostro avviso si puo' ben definire "l'ultimo dei giullari". Il suo soprannome viene da "ruzzare". Qualcuno che e' di Padova o delle vicinanze, sa che "ruzzare" significa "andare con gli animali". Ma in che senso "andare"? Ce lo svela un erudito che cosi' si esprime: "Ruzzante e' colui che s'accompagna agli animali non per andarci a passeggio ma per accoppiarsi ad essi nei tempi e nei modi preferiti dai medesimi". Non si e' mai capito se i medesimi siano i ruzzati o i ruzzanti. Ma sono particolari di poco conto. Dunque, non si puo' dire "ciullo". Non si puo', in una scuola come la nostra, dove l'ipocrisia e la morbosita' si manifestano ancora, salvo eccezioni, fin dall'asilo. Ora, proseguendo nella nostra analisi, scopriamo un altro gioco satirico verso il linguaggio amoroso dei due giovani. Il ragazzo supplica: "Tra'gemi d'e'ste foco'ra, se t'e'ste a bolonta'te" [fammi uscire da questo fuoco, se ne hai volonta', ragazza]. E si sa benissimo come riescano le ragazze a far uscire dal fuoco d'amore e dal desiderio i ragazzi, quando esse ne abbiano volonta'. Ma qui, non si commenta... sono particolari che non interessano e si procede con la risposta della ragazza che si esprime in modo piuttosto greve e scoprendo la propria autentica origine sociale. Essa piu' o meno recita: "Puoi andare ad arare il mare e a seminare al vento, ma a rotolarti con me in un letto non ci arriverai mai. Anzi, ti diro' di piu', che se tu insisti, piuttosto di accettare di fare l'amore con te, mi rinchiudo suora in un convento "li cave'lli m'arit�nno" [mi faccio radere i capelli tondo tondo] calzando una scodella come copricapo e cosi' non ti ho piu' tra i piedi! Ah, come staro' bene!" E il ragazzo risponde: "Ah si'? Tu ti vai a rit�nnere li cave'lli? E allora anch'io mi faccio rapare a tondo la capigliatura... mi faccio frate... vengo nel tuo convento, ti confesso... e al momento buono... sgna'cchete!" Lo sgna'cchete l'ho aggiunto io, ma e' implicito. La ragazza impallidisce e urla: "Ma sei un anticristo! Sei un infame!... Ma come ti permetti solo di pensarlo un simile sacrilegio?! Guarda, piuttosto di accettare la tua violenza io mi butto nel mare e mi annego!" "Ti anneghi? Anch'io... No, non mi annego: mi butto nel mare a mia volta, ti vengo a prendere laggiu', nel fondo, ti trascino sulla riva, ti stendo sulla spiaggia e, annegata come sei, risgna'cchete!, faccio all'amore!" "Un'altra volta?!" "Si'!" "Con me, annegata?" "Si'!" "Oeuh! - esclama la ragazza con molto candore. - Ma non si prova nessun piacere a fare l'amore con le annegate!" Lei sa gia' tutto, naturalmente. Una sua cugina era annegata, distesa sulla rena... e' passato uno di li', s'e' guardato intorno: "Io ci provo... (Pausa, con espressione disgustata) Meglio il pescespada!" La ragazza e' sconvolta. Si riprende e lo aggredisce minacciosa: "Bada a te, se tu solo ti provi a farmi violenza, io mi metto a urlare, arrivano i miei parenti e ti ammazzano a legnate!" E il ragazzo risponde sbruffone - attenti, recito il testo originale: "Se i to'i parenti tro'vami e che i po'zzon fare?" [Se i tuoi parenti mi trovano mentre ti faccio violenza e che mi possono fare?] "Una defe'nsa me'ttoci di dumi'li' [duemila] augosta'ri! No' mi toccare patre to' per quanto avere a'm mari. Viva l'imperador grazie a deo! Intendi, bella quel che te dico eo?" E non si capisce un ostrega! La difficolta' del comprendere il testo non e' dovuta a una particolare astrusita' di linguaggio, ma dal fatto che ci troviamo dinanzi a eventi storici e leggi di cui nulla sappiamo, e normalmente gli insegnanti si guardano bene di svelarcene il significato. Cerchiamo di scoprirlo insieme: "Se i tuoi parenti mi sorprendono mentre ti faccio violenza e che mi possono fare? Una defe'nsa me'ttoci di dumi'li' [duemila] augosta'ri!" Cos'e' l'augustaro o augustano? Era la moneta dell'Augusto inteso come Federico II: infatti siamo nel 1231-32, proprio al tempo in cui in Sicilia governava Federico II di Svevia. Duemila augusta'ri equivalevano, piu' o meno, al costo di due cavalli di razza. E che cosa e' questa defe'nsa? Fa parte di un gruppo di leggi promulgate a vantaggio dei nobili, dei ricchi signori-possidenti e dei mercanti d'alto livello, dette "leggi melfitane", volute proprio dall'imperatore svevo. In poche parole, si tratta del dono di un privilegio particolare a difesa degli altolocati. Ecco allora che un ricco poteva violentare tranquillamente una ragazza; bastava che nel momento in cui il padre o altri parenti dell'aggredita fossero sul punto di intervenire, il violentatore estraesse duemila augusta'ri, li stendesse vicino al corpo della ragazza, sollevasse le braccia e declamasse: "Viva lo 'mperadore, grazi' a Deo!" Il rito del versamento della defe'nsa era sufficiente a salvarlo. Era come avesse detto: "Attenti a voi! Chi mi tocca verra' subito impiccato!" Infatti chi toccava l'altolocato che aveva pagato la tassa veniva immediatamente appeso al ramo dell'albero piu' vicino... sulla destra! Grande vantaggio per il violentatore medievale consisteva nel fatto che, allora, le tasche non facevano parte dei pantaloni. Erano staccate: borse che si appendevano alla cintola, il che offriva una condizione vantaggiosissima all'amatore assatanato: nudo, pero' con la borsa. Cosi' nel caso: "Oddio, arrivano i castigatori!" track!, defe'nsa... op... "Ecco i quattrini!" Naturalmente bisognava muoversi sempre con i soldi contati. E' logico, non si puo': "Scusi, aspetti un attimo... gli spiccioli!... Ha da cambiarmi per favore?" Subito, subito, li', veloci! E' risaputo che in quel tempo una madre di razza nobile, che avesse a cuore l'incolumita' del proprio figliolo, quando questi stava per uscire di casa immancabilmente gli chiedeva: "Caro, hai con te i denari per la defe'nsa?" Ad ogni modo questo vi fa capire quale fosse la chiave della "legge", la brutalita' di un espediente, la defe'nsa, che offriva il vantaggio spudorato ai soli potenti di uscire indenni da ogni atto di violenza. E chi se non un giullare autentico poteva rischiare esibendosi sulla piazza di scoprire al popolo minuto, con la sola voce e i gesti di tutto il suo corpo, quale fosse la sua reale condizione di "cornuto e mazziato", come dicono ancora a Napoli, cioe' bastonato oltre che cornuto? Scroscio di applausi in aula.
Grande professor Rossi, che storia, che travolgente passione nel raccontarla... "La settimana prossima interrogo" disse il professore uscendo dall'aula. Che bastardo! Il testo "Rosa fresca aulentissima" e' tratto da Mistero Buffo di Dario Fo,
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(Monologhi da Fabulazzo osceno e Mistero buffo con la partecipazione di Franca Rame, 14,98 euro) Simone Canova, Jacopo Fo, Gabriella Canova, Maria Cristina
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