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~-~-~ 05 giugno 2004
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Edizione del
sabato
Ieri, 4 giugno 2004, e' stato il 15.mo anniversario
della strage di piazza Tienanmen, in Cina.
Vi proponiamo un articolo di Francesca Lancini, pubblicato sul sito Peacereporter.net. Tienanmen, per non
dimenticare
"Per gli occidentali Tienanmen e' una data: il 4
giugno 1989. E un'immagine: un ragazzo con una camicia bianca davanti ai carri
armati. Per i cinesi e' un luogo dove la storia passa e ripassa, cancellando dal
viale Chang'an tutto quello che li' e' accaduto: l'Impero, Mao e la rivoluzione
culturale, la Banda dei quattro, Deng Xiaoping, il 4 giugno 1989, il ritorno di
Hong Kong alla Cina annunciato dalle lancette di un orologio digitale" (Ling
Fei, da Les Chinois. Visage d'une societe' en mutation)
Nella notte tra il 3 e il 4 giugno l'esercito
cinese represse nel sangue i sit-in e le manifestazioni studentesche per la
democrazia nella piazza Tienanmen o 'piazza Rossa' di Pechino. I giovani
massacrati furono 320 secondo le fonti ufficiali, circa 1.300 in base alle
testimonianze raccolte da Amnesty International. Quindici anni piu' tardi, nel
cuore di Parigi, il brulicante arrondissement num. 9, quartiere popolato
da immigrati di tutto il mondo ai piedi di Mont-Martre, una decina di esuli ed
ex dissidenti cinesi si sono riuniti nella sede di Reporters sans frontie'res
(Rsf) per commemorare una delle date piu' tristi del XX� secolo.
Non sono ancora le 11.30, ora dell'appuntamento a
Rsf, ma gli ospiti cinesi sono gia' tutti seduti attorno alla tavola rotonda
dove si terra' la riunione. Si guardano attorno e scambiano sorrisi con i
giornalisti. Sono visibilmente emozionati, quasi ansiosi di raccontarsi. Prende
la parola Vincent Brossel, di Reporters sans frontie'res e sottolinea subito il
senso di questa commemorazione: "Dopo 15 anni, la repressione in Cina continua.
Proprio qualche ora fa e' stato arrestato un intellettuale". Dall'89 a oggi sono
finite dietro le sbarre piu' di 130 persone, tra giornalisti e internauti.
Quarantatre di loro avevano partecipato alla Primavera di Pechino, come viene
anche chiamato il periodo
delle proteste dei giovani a Tienanmen (15 aprile - 4 giugno '89). "Una madre e' sorvegliata in casa per aver
realizzato un video", continua Brossel. "Un'altra vittima della repressione e'
stata internata in un ospedale psichiatrico. L'Unione Europea non ha dunque
nessuna ragione per togliere l'embargo sugli armamenti imposto alla Repubblica
Popolare dopo i fatti dell'89".
Dello stesso parere e' Wei Jingsheng, uno dei
fondatori del movimento democratico cinese, incarcerato per 18 anni: "I membri
dell'Ue hanno annunciato di voler annullare l'embargo con il pretesto che la
Cina ha registrato, negli ultimi tempi, uno sviluppo sia nei diritti umani che
nell'economia. Non e' vero. Il presidente Hu Jintao e il primo ministro Wen
Jabao hanno dimostrato di essere piu' duri dei loro predecessori. Se Yang Zemin
un tempo represse i gruppi religiosi, questi adesso si accaniscono contro gli
operai, i contadini e i giornalisti".
"E' importante ricordare - aggiunge Wei - che le
dimostrazioni a Tienanmen furono molto diverse da quelle che da sempre si
tengono a Washington o a Parigi. Allora le persone manifestarono davanti ai
fucili puntati e vennero colpite per i loro ideali".
Accanto a lui annuisce Cai Chong Guo, sindacalista
48enne che in Francia e' fuggito subito dopo l'eccidio. "In questi 15 anni -
ribadisce l'uomo - nel mio Paese la democrazia e' continuata a mancare.
Sono cresciuti i problemi sociali e sono peggiorate le condizioni di vita dei
lavoratori nelle citta' e nelle campagne. Il governo impedisce loro di formare
organizzazioni indipendenti.
Esiste un sistema di persecuzione che opera in questo modo: i governatori locali danno gli ordini alla polizia che manda i 'dissidenti' in campi di educazione forzata". Dalle parole di Cai, la Cina sembra non essere cambiata molto dai tempi della rivoluzione culturale di Mao Zedong (1966-'76), quando i nemici del Popolo venivano processati e umiliati in pubblico e poi spediti nei campi di lavoro: "Il 4 giugno - dice Cai - fu il primo e ultimo sussulto democratico indipendente". Fra i testimoni di Tienanmen uno mantiene lo
sguardo abbassato. Si chiama Heng Langzi, non conosce il francese, percio' forse
resta in disparte aspettando il momento di raccontare quel lontano giorno di
primavera. "Tutti i media si sono chiesti se ci furono dei morti a Tienanmen",
esordisce serio, come a lasciar trasparire un dolore incolmabile. "Il 4 giugno
'89 un responsabile del servizio
d'ordine disse che non c'erano state vittime. A me spararono tre volte. Alcuni soccorritori mi portarono all'ospedale insieme ad altre tre persone. Due morirono, io ho ancora una pallottola nella gamba. Certo, la piazza e' grande e i soldati la invasero completamente, quindi e' difficile dire quanti giovani persero la vita. Pero' mi dispiace che molti testimoni oculari non vollero dire la verita'". Il pericolo che i fatti di Tienanmen cadano
nell'oblio e' reale. "La tragedia - dichiara la sinologa Marie Holzaman - e' che
in Cina si sta dimenticando sempre di piu'. La propaganda del governo e' stata
molto efficace nell'occultare quanto accaduto. Alcuni portano questi episodi nel
cuore, ma lo spirito di condanna si e' in gran parte esaurito".
Il monito di Wen, Cai, Heng e Marie e' rivolto
anche alla stampa internazionale: "Non dimenticate i principi difesi dai
manifestanti cinesi. Portate l'attenzione su questi temi". In Cina - ricorda il
comunicato di Rsf - il termine "4 giugno" (liu si) e' ancora bandito sulla
stampa e sul web.
(Fonte: http://www.peacereporter.net)
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