Caro Duccio,

Quando tu impari, tu (soggetto) impari (verbo).


Nessun altro prende la tua testa, la apre e scrive nel tuo cervello una serie 
di dati a caso,
misura quanto il tuo comportamento si discosta da quanto desidera e modifica un 
pochino 
quei dati, poi misura quanto il tuo comportamento si discosta da quanto 
desidera e modifica di nuovo un pochino 
quei dati, e ripete il procedimento milioni o
miliardi di volte fin quando il tuo comportamento non si discosta più di un ε 
trascurabile 
da quanto desidera.

In un tale ipotetico processo, tu saresti un oggetto che subisce l'azione, 
non un soggetto che la compie.

Chiameresti il processo che ho descritto "human learning"?
Chiameresti "intelligente" il comportamento acquisito in questo modo?
(ovvero tale che non si discosti statisticamente più ε da quello prestabilito)


Se no, non hai ragione di chiamare "machine learning" il processo di sviluppo 
di un LLM
come non hai ragione di chiamare "intelligenza artificiale" il risultato di 
tale processo.


La scelta di termini più appropriati è oggetto di un altro thread, puoi star 
certo che
non c'è alcuna intelligenza dentro un LLM.


Si tratta di un software progettato per _sembrare_ intelligente, ma solo 
a chi non sa come funziona.


La natura del nostro apprendimento non è statistica: posso spiegarti come 
contare
fino a 31 sulle dita di una mano senza fartelo vedere nemmeno una volta.

Il tuo pugno chiuso significa zero.
Ad ogni dito associamo una potenza di due:
- pollice = 1
- indice = 2
- medio = 4
- anulare = 8
- mignolo = 16

Solleva una qualsiasi combinazione di dita e somma i valori associati a ciascun 
dito:
otterrai un numero fra 0 e 31.

Ora, senza che io ti dica altro o ti mostri alcun esempio, puoi imparare da 
solo come
mettere le varie combinazioni in ordine dal valore complessivo più piccolo, al 
più grande.

Nota bene: non solo non ti fornisco nemmeno un esempio (niente statistica), ma 
non ti
sto insegnando come fare, ti ho solo detto come fare ad imparare.

Tu (soggetto) impari (verbo).
Se vuoi.


Nessuno ti butta conoscenza dentro il cervello.

Nessuna macchina lo saprà mai fare.


Giacomo


Il 11 Settembre 2024 22:50:58 UTC, alessandro marzocchi ha scritto:
> Sun, 08 Sep 2024 23:25:19 +0000 Giacomo Tesio <[email protected] Subject:
> Re: [nexa] AI Training is Copyright Infringement
> 
> > Direi piuttosto che fiumi di inchiostro sono stati versati per
> > giustificare la ridefinizione di termini come "imparare" e "apprendere"
> > affinché possano essere applicati alle macchine.
> >
> 
> *****
> E' autorevole, diffusa e prevalente la convinzione che noi uomini non siamo
> confrontabili con queste macchine.
> Eppure non mi convince, mi pare che il nostro modo di imparare è anch'esso
> statistico, da pappagallo: ad esempio impariamo a dire mamma -
> probabilmente è la nostra prima parola - perchè alla stessa associamo una
> persona specifica ed arriviamo a questa associazione persona-parola dopo
> una serie più o meno lunga di esperienze.
> Dunque, secondo la mia convinzione personale, quando critichiamo la
> macchina per il fondamento statistico basiamo la nostra critica su una
> modalità che è anche umana.
> Un'altra riflessione, sulla quantità di tempo e di esperienze prima di
> arrivare alle capacità attuali di noi umani: credo nessuno abbia una
> risposta, ma certamente abbiamo impiegato moltissimi anni, molte e molte
> generazioni.
> *David Chalmers* non afferma la coscienza delle macchine ma neppure la nega
> per principio, in sintesi ritiene che esse hanno una qualche coscienza e
> che progrediscono (Could a Large Language Model Be Conscious?
> https://www.bostonreview.net/articles/could-a-large-language-model-be-conscious/
> ).
> Sulla parola, *Ludwig Wittgenstein* aveva scritto opinioni interessanti
> riferendole anche ad Agostino: The individual words in language name
> objects—sentences are combinations of such names.——In this picture of
> language we find the roots of the following idea: Every word has a meaning.
> This meaning is correlated with the word. It is the object for which the
> word stands. (Philosophical Investigations, I,1, Basil Blackwell Ltd,
> 1986).
> Insomma, quel che conta è la realtà, non il modo con cui la si rappresenta.
> Vedo anch'io tante differenze fra noi e le macchine, sono meno ottimista
> sulla invincibilità della nostra fortezza e sull'ipotesi che la realtà non
> esisterebbe senza noi, siamo una parte della realtà, non la realtà (in
> tutta umiltà: Protagora ci ha fregato).
> Cordialmente.
> Duccio (Alessandro Marzocchi)

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