Ciao Giacomo, mi sa che ho scritto troppo di fretta, finendo per esser poco chiaro. Il punto stava proprio in quello che ho, forse un po' troppo ottimisticamente, chiamato pilastro ontologico. Si tratta ovviamente di un argomento, per di più, che consideravo in aggiunta a quelli che hai portato nel tuo messaggio. Quindi:
Il 11/05/26 10:24, Giacomo Tesio ha scritto: > Ti chiederei quindi di indicarmi quale passaggio abbia prodotto nella > tua mente un'informazione in contrasto con il "pilastro epistemologico" che > hai > descritto in modo che io possa chiarirlo ulteriormente (se ancora necessario). La risposta, come spero sia ora chiaro, è "nessuno". Il problema stava nell'altro argomento. >>> Non rileva molto, in realtà, che tali informazioni siano o meno >>> derivate da esperienze sensibili (non concordo particolarmente con >>> Enrico sulla rilevanza dell'esperienza corporea nel contesto delle >>> "intelligenze artificiali", anche perché non è difficile collegare a >>> questi software sensori e attuatori). > > Pur concordando con ciò che scrivi descrivendo il "pilastro ontologico", > non lo ritengo affatto un pilastro della critica alla favola della > "intelligenza artificiale". La mia sopravvalutazione è probabilmente dovuta al fatto che ciò che mi tiene sveglio la notte, in questi giorni: l'idea delle "macchine per insegnare" (cfr. Audrey Watters, 2021) che si apprestano a sbarcare tipo truppe cammellate nella scuola italiana grazie all'instancabile lavoro dei mille dipartimenti marketing di Big Tech: dal M.I.M. a INDIRE e INVALSI (vedi come le emozioni possono deviare il fiume tranquillo della mente: sono vivo e, quindi, situato). Credo che la risposta più interessante per un educatore è che le macchine per insegnare (a sostituzione o pure in affiancamento) al docente sono incompatibili con l'idea che il sapere sia una costruzione collettiva, in quanto figlie dell'addestramento via condizionamento operante (uno dei tanti sogni bislacchi di Skinner). Sono figlie di un comportamentismo radicale. Per questo, secondo me, la "linea di difesa" migliore, dentro la scuola, è costruire una barricata attorno alle pedagogie attive e situate, di cui mi occupo. > Lo considero al più un puntello malfermo che, in assenza di fondamenta più > solide (quali ad esempio la definizione di informazione come esperienza > soggettiva di pensiero comunicabile, la sua distinzione dal dato quale > rappresentazione interpretabile impressa su ub supporto trasferibile, etc), > viene proposta da intellettuali ben intenzionati nella speranza di sostenere > l'umanità dall'attacco che sta subendo. Perdonami, avrei dovuto essere più chiaro sul fatto che condivido totalmente la definizione di informazione come esperienza soggettiva. Ma ti faccio osservare che è un altro modo di dire che l'informazione (come la conoscenza) è situata. Non basta avere una mente, ci va un corpo. Anche solo perché il "punto di vista" cognitivo-emotivo di un essere umano emerge dall'interezza del corpo fisico e non solo dal cervello. Sfido chiunque a ragionar di unicorni kantiani con un bell'ascesso in atto, per dire. > Per la semplice ragione che un sistema complesso non è computabile, mentre > l'output di quell'ipotetico mega data center lo è (tanto da essere computato). > Per argomentare che quel software esibisce intelligenza, bisognerebbe > sostenere che la realtà stessa non è un sistema complesso ed è dunque essa > stessa computabile. > Perché è la realtà ad aver esibito i comportamenti emergenti che noi > umani classifichiamo come vita ed intelligenza. > > Ipotesi che al momento la meccanica quantistica esclude. Ti confesso che su questo punto mi son perso. Non capisco il nesso tra MQ (e temo che qui c'entri l'interpretazione di Copenaghen poi ti dirò perché scrivo 'temo') e l'ipotesi di computabilità del mondo. Forse perché la computabilità poggia su un principio di realismo forte? Se il nostro problema è quello non è necessario rivolgersi a Copenaghen, basta anche l'ipotesi di Accardi [1]: se le particelle si comportassero come camaleonti non sarebbe necessario rinunciare a un principio di realtà forte per accordarsi con le osservazioni sperimentali, basterebbe concedere che la dicotomia soggetto osservante - oggetto osservato cade nell'infinitamente piccolo, rendendo così l'eventuale "realtà forte" inaccessibile, ma non necessariamente inesistente. Stefano [1] Accardi, Urne e Camaleonti, Il Saggiatore, 1997
